Il cammino è donna

Basta sfogliare il libro che un qualsiasi ostello lungo la Via Francigena mette a disposizione per i commenti dei viandanti, per rendersi conto di quante siano le donne che affrontano, molto spesso da sole, un cammino itinerante, partendo da luoghi lontani, a nord delle Alpi, e determinate ad arrivare a Roma. È emozionante leggere le poche righe che lasciano, in bella scrittura, una scrittura che denota la loro provenienza dall’area anglosassone, o tedesca.

Zaini leggeri, capelli al vento, sciarpe colorate e larghi cappelli per proteggersi dal sole. Si riconoscono da lontano, per la grazia che contraddistingue il loro passo, sicuro, ma tranquillo: il passo di chi si mette in cammino non certo per competere, ma per conoscere e per conoscersi.

Sono donne di tutte le età, pronte al sorriso che illumina un volto abbronzato, a volte increspato dai segni del tempo e del carattere, a volte il viso è il fiore delicato della prima giovinezza. Così era la ragazza olandese incontrata nella foresta di Turona, con il suo zaino da viaggio in autosufficienza, almeno 15 chili portati senza sforzo apparente. Partita da Atene, si era data un paio di mesi per tornare a casa, seguendo da Roma la Via Francigena. Arrivata a Bolsena, per prima cosa, un tuffo nel lago, e siamo a fine aprile.

Poco oltre, due donne affrontano un guado impegnativo portando le loro bici in spalla. Sono italiane: prima di sentire la loro voce, parla per loro una certa cura dell’abbigliamento. Anche in sella lo stile è quello italiano, dai toni sobri. Vestono capi tecnici dal taglio elegante. Le avevo già viste un paio di giorni prima, con le loro bici ibride, pedalare lungo la Cassia, verso Radicofani. Uno scambio di saluti e sfrecciano via. Se le ritrovo a due giorni di distanza vuol dire che si sono fermate, che si sono concesse una pausa di relax e benessere, in uno dei tanti casali che punteggiano la val d’Orcia.

Stanno cenando a lume di candela, perché così si fa ogni sera al rifugio Arlaud, a Montagne Seu, in val Susa. Sono svizzere, parlano francese mentre brindano con calici di vino bianco. Il loro cammino è tutto alpino, sulla Grande Traversata delle Alpi. Ci sono ancora nevai oltre il Lago Verde, in alta val Germanasca: vengono da lì, suggeriscono deviazioni più tranquille, con la competenza di chi ha maturato una lunga frequentazione con la montagna. Occhi chiari che brillano su volti montanari, che hanno conosciuto il vento e il sole.

Avrei voluto celebrare la Giornata della Donna raccontando di viaggiatrici del passato, esuberanti e coraggiose come Alexandra David-Néel, orientalista e antropologa, che nel 1926 fu la prima donna a viaggiare in Tibet. Raggiunse Lhasa in abiti tibetani, con un lungo cammino dalla Mongolia.

Avrei voluto approfondire la figura quasi leggendaria della pellegrina Egeria, che ci ha lasciato uno dei primi resoconti del viaggio in Terrasanta, dove si fermò tre anni, tra il IV e il V secolo. Una donna colta, che veniva dalla Gallia o dalla penisola iberica, certamente agiata e autonoma per potersi permettere un tale viaggio.

Mi sarebbe piaciuto raccontare il rocambolesco viaggio intorno al mondo su una bici da uomo di Annie “Londonderry” Kopchowsky, che lasciò a casa marito e figli, e sfidò pericoli e pregiudizi nel 1894.

E poi ho pensato che oggi il viaggio è per tutte, e che tante sono le donne che si mettono in cammino, donne normali, donne di cui non serve citare il nome, che si muovono in libertà sulle strade del mondo. E ogni donna che viaggia racconta una sua storia, vive la sua personale avventura, si arricchisce a ogni passo di energie nuove.