Il cammino è donna

L’incontro tra una donna che cammina (o pedala) da sola e un abitante (maschio) del luogo attraversato, in genere seduto al bar del paese, è sempre molto interessante. Di norma ci si sente rivolgere la parola in una lingua straniera o in un tentativo, accompagnato da un eloquente gesticolare. La donna che cammina (o che pedala) dovrà essere per forza straniera, visto che le italiane non si degnano di spostarsi se non carrozzate in auto o in bilico su un tacco dodici. L’inevitabile domanda arriva subito dopo l’accertamento che la camminatrice (o ciclista) parla italiano: «Ma non ha paura a viaggiare da sola?»

Non ho statistiche ufficiali o ufficiose da offrire. Non snocciolo dati come farebbe un’esperta di marketing turistico. Lascio a chi è competente di fare i conti, ma la mia impressione è che le donne camminano anche in Italia in numero crescente e in sempre di più in autonomia. Mi sembra che sia proprio l’altra metà del nostro paese a mostrare più entusiasmo nello stabilire una meta vicina o lontana, progettare il grande viaggio, chiudere la porta di casa, affidando a figli, mariti, compagni e altri congiunti le incombenze quotidiane (ragazzi miei, è giunto il momento di arrangiarsi). E poi partire, facendo affidamento solo sulle proprie forze fisiche e spirituali.

Le donne, italiane e non, camminano e con passo sicuro.

Il cammino, infatti, richiede costanza e lentezza, doti che l’umanità al femminile coltiva da qualche decina di migliaia di anni, quindi niente di nuovo. Le donne hanno camminato portando anfore d’acqua in bilico sulla testa, arte forse più complessa di quella di mettersi uno zaino ergonomico di oggi. Non è quindi il peso a spaventarle, né la fatica del cammino. Noi donne non siamo forti come il maschio, né in grado di esprimere scatto e velocità paragonabili, ma sulle lunghe distanze, nelle molte ore di cammino quotidiano mettiamo in luce le doti di resistenza caparbia che sono la nostra più preziosa risorsa. Sugli orizzonti vasti dei grandi cammini (Francigena, Santiago e molti altri) lo scarto della biologia si annulla, e uomini e donne sono sottoposti alla medesima spietata livella: le ossa dei piedi doloranti, il sudore e la sete, la meta alla stessa distanza per chi è donna e per chi è uomo.

Il cammino non è competitivo, ma solidale e inclusivo, induce alla contemplazione del mondo e all’introspezione nel silenzio e nella solitudine. Somma esperienze che non possono che attrarre un universo femminile che ha sempre coltivato questi valori tra le mura domestiche.

Il cammino offre l’opportunità di vivere quest’esperienza confrontandosi col mondo, ma un mondo rassicurante, quello dei sentieri e dei grandi cammini, dove chi fatica va in pace e saluta il suo simile, dove l’aggressività è bandita. Dove ci si può ragionevolmente fidare, per rispondere alla domanda iniziale, quella posta dall’abitante del luogo, spesso ignaro che sotto casa sua, sotto il suo naso, passa un antico percorso di pellegrinaggio.

Tra le molte donne incontrate in cammino, italiane e straniere, tante hanno mosso i primi passi in autonomia per riscattarsi, per uscire da situazioni di disagio esistenziale, dopo separazioni e divorzi, o quando i figli grandi se ne vanno e lasciano il nido vuoto. Lo fanno per riprendere in mano la propria esistenza. Per imparare a camminare da sole, e decidere da sole le mete della vita, per trovare le energie per essere protagoniste attive della propria esistenza.

I villici dovranno abituarsi al passaggio, davanti al bar in cui trascorrono oziando le ore del giorno, di donne in viaggio, italiane e straniere, che con passo lento ma determinato si guadagnano col sudore e la fatica una meritata fetta di libertà.