Il canto di Santiago - Un cantautore sul Cammino

Ogni pellegrino si mette in marcia alla ricerca di qualcosa. Orlando Manfredi, cantautore, l’ha fatto per l’arte: per trovare le parole e le note che sarebbero confluite in un suo nuovo disco. Sostenuto da una campagna di crowdfunding, Orlando ha camminato stringendo tra le mani una piccola chitarra, battezzata Lilliput: paesaggi assolati, piovaschi improvvisi, il sonno nei tradizionali albergues o sotto le stelle, città note e borghi sperduti. Quando si arriva alla meta, non si è mai gli stessi di quando si è partiti

Il viaggio di Orlando Manfredi è insolito e inedito. Risate, dialoghi curiosi, e uno sguardo sul sacro con occhi genuini, occhi veri. E tanta naturalmente la musica: quella che nasce passo dopo passo, e quella che accompagna l’autore durante il cammino.

Ogni tappa, per un cantautore, non può che essere contrassegnata da una canzone, dal nome di un altro uomo di musica… ma anche dal susseguirsi dei volti e delle storie di coloro che hanno condiviso un tratto di strada. Anche solo un minuto della propria vita.

Alla fine, alle soglie del regno dell’apostolo Giacomo, il pellegrino può togliersi dalla tasca la pietra che ha portato con sé lungo il viaggio: anche Orlando posa la sua, con la grande ironia che contraddistingue chi davvero ha capito qual è il significato del Cammino. 

#deviazioni

'All’ermita di Eunate ci si arriva solo deviando dalla strada maestra per Puente la Reina. Sono due chilometri e mezzo in più sul groppone. Tanti da aggiungere ai venti o venticinque già macinati, ma più prendo confidenza con il Cammino e più penso alla viandanza come a uno spirito in cui ogni passo può trovare deviazioni, può spalancare porte. Poi scopro che in basco la parola eunate significa “cento porte”!

L’eremo di Santa Maria di Eunate precipita lo spazio e il tempo in una dimensione d’aurora, come accade per Stonehenge o Machu Picchu. Quella dimensione in cui pensi: “Dove siamo? Su che pianeta? In quale millennio?”. Data alla luce pietra per pietra nel XII Secolo, potrebbe essere un’opera templare, per la pianta a ottagono, ripresa direttamente dal Tempio di Gerusalemme.

Tocca aspettare l’ora di visita. In attesa, una piccola folla di pellegrini. Alcuni gironzolano tra le colonne del deambulatorio che cinge l’eremo come un anello sacro. Una ragazza minuta siede sul muretto del deambulatorio, concentrata ad ascoltare qualcosa con le cuffiette. Si accorge di me e sfila gli auricolari, molto incuriosita dalla chitarra.

«Scusa, se ti vedo più tardi a Puente la Reina, possiamo suonare un po’? Sono mezzo soprano lirico. Ma canto qualunque cosa. I’m Barbara, from old Vienna, nice to meet you».
Il suo “old Vienna” è un manifesto caratteriale. Senza civetteria, ma buffo e un po’ clownesco.
«Cosa stavi ascoltando?».
«Ah, niente di che. Ogni tanto ho bisogno di ascoltare robe così: consolation songs». Sul lettore mp3 ha un brano di Norah Jones in riproduzione.
«Ma non è che proprio mi debba consolare. Ho finito gli studi musicali. Qualche ingaggio, l’applauso standard e bla bla bla. E dunque ora devo pensare a che fare della mia voce. Non so quanto crederci. Non so se stare a Vienna. Però, a forza di pensarci, m’è venuta nostalgia di casa. E dunque, consolation songs!».

Due scatti di serratura ci riscuotono dalle consolazioni della musica. Una custode invita i pellegrini a entrare. Sulla faccia destra del portale un’iscrizione dice più o meno: «Queste pietre sono state poste per il silenzio; questo spazio è per la riflessione; questo luogo è per la preghiera. Possa tu non solo spalancare gli occhi come un turista, o tutti i tuoi sensi come un pellegrino; possa anche tu aprire il cuore come uomo o donna che cerca». L’andito conduce alle cento porte del tempio, dove trovare il silenzio che si cerca. E in quel silenzio chissà quanto altro. Per ora mi riesce solo di ascoltarlo e sostenerlo. Come una buona causa.

Barbara si è messa d’accordo con la custode per farci cantare dentro la chiesa.

«Tienes que tocar, una acustica así nunca la encontrará» sussura quella, vera fomentatrice dell’affaire. Un gruppetto di pellegrini che ha ascoltato il chiacchiericcio si è raccolto curioso intorno a noi. «Por favor, una canción!» insiste la custode. Paradossale. In qualsiasi altro posto al mondo passeremmo per imperdonabili disturbatori. Ormai siamo circondati. Troppo tardi per dare forfait. Imbraccio la chitarra senza convinzione e Lilliput sembra meno scordata del solito. Comincio a pizzicare qualche accordo a casaccio, mentre cerco lo sguardo di Barbara. Non so come e non so perché ma mi ritrovo a suonare il giro di Hallelujah di Leonard Cohen (ma ormai dovremmo dire di Jeff Buckley). Ora, io quella canzone non l’ho mai cantata né la canterò mai perché è troppo, perché dice cose che si possono dire una volta sola nella vita, perché se possiamo proteggerla dal baratro delle canzoni da spiaggia dobbiamo farlo, perché comprai Grace in un giorno magico a Nizza, per amore di Tim Buckley.

Attacco a cantare la prima strofa e quando penso che sia stata solo l’inadeguatezza a darmi una spinta, ascolto la mia voce duettare con quella di Barbara. Le due linee vocali che si rincorrono e fanno sponda sulle pareti e sulle finestre di alabastro aprono le cento porte e tornano al centro in mezzo ai fratelli e alle sorelle. E al Padre e al Figlio e allo Spirito Santo. E anche se non ci ho mai creduto adesso mi sembra che sia così.

E so che la sola cosa che conta è essere amati dalla Musica.' 

Orlando Mafredi
è l’autore di Il cantautore va a Santiago! Viaggio (s)canzonato nel pellegrinaggio più famoso, edito da Fusta Editore

Questo articolo è tratto dalla rivista Camminare, il bimestrale di tutti i camminatori. Visita il sito e abbonati!