Tappa 11 - Da Gualdo Cattaneo a Cannara

La chiesina di Sant'Anna e il suo campanile a vela ci introducono ai saliscendi continui di questa tappa tra gli oliveti. A ogni svolta vediamo la cupola di Santa Mara degli Angeli. Lontana, immersa nella caligine, eppure sempre più vicina. Un pastore maremmano si avvicina senza abbaiare, coda e orecchie basse, vede il bastone e cambia idea. Una pausa sotto i pini, siamo fradici di sudore, in cima alla salita, ma qui tira un venticello leggero, che sa di terra di collina. Poi di nuovo a scendere, un altro vallone, arenaria gialla e rovente.

Abbiamo percorso 3 km di strada asfaltata e due di sterrato, incontrando solo un'anziana su un Ape, poco più veloce di noi. In fondo alla valle, una casa solitaria, una coppia di anziani prende il fresco in un ritaglio d'ombra e ci saluta. Un piccolo cane dorme. Si torna a salire, tra olivi e ginestre, sul sentiero assolato fino a che, in basso, compare Castelbuono; tre abitanti, li incontriamo tutti alla fontanella. Un tempo il piccolo castello longobardo contava 5 chiese.
 
E' giorni che mangiamo more, prugne, piccole mele, frutta che nessuno raccoglie nella collina dimenticata dagli uomini.
 
Ancora discesa, ancora salita. Il sole scalda ormai le chiome dei pini domestici. L'odore di resina, forte e buono, si mischia al profumo dei fiori.

Finalmente, la 'mia' cappellina, dove ho sentito prepotente questa chiamata a tentare la strada da Roma ad Assisi.

Accanto, un nuovo vigneto, verde e splendente, in faccia al Subasio. Torniamo a scendere. La campana di Limigiano riempie l'aria del dolce ronzio del bronzo, mentre suona le dodici. Entriamo in paese, altra fontanella, e subito una sorpresa.
 
La Chiesa di San Michele finalmente restaurata e aperta. Ho il cuore grato per questo regalo, tanti anni sul Cammino e vederla sempre piena di calcinacci, un antro desolato e buio. Acqua benedetta accanto all'ingresso. 'È come il refrigerio che si sente in tutta la persona quando, arsi dal caldo e dalla sete, si beva un'anfora di acqua fresca' scrive Teresa d'Avila dell'acqua santa. L'Arcangelo biondo mi guarda dall'affresco, la lancia a trafiggere il Maligno, la bilancia per pesare le anime nell'altra mano. Dall'abside una luce ultraterrena attraversa la penombra.

Torniamo nella luce, Pian d'Arca, dove Francesco predica alle sue sirocchie, gli uccelli del cielo. Leggiamo il brano dei Fioretti. Ripartiamo, un lungo sterrato tra le stoppie, nell'afa del meriggio d'agosto, ma da un piccolo specchio d'acqua si levano in volo quattro aironi.