Orientamento ed esplorazione

Fin dal secondo giorno di marcia ho scorto a grande distanza, sotto le nubi tempestose al di là del fiordo Lyngen, la località costiera dove meno di un anno fa ero sbucato col mio amico Andrea Matteotti dai grandi altipiani della Lapponia, che avevamo attraversato orientandoci per 600 km senza mappe né strumenti. Allora, entusiasta di quell’esperienza memorabile, guardando all’orizzonte le montagne innevate del Lyngen, ben diverse dagli altipiani per morfologia e dimensioni dello spazio, avevo pensato che potessero offrire le condizioni per proseguire la mia ricerca sulle doti umane di movimento nel territorio, indagando un altro aspetto dello stesso tema. Ora che cerchiamo la via qui al Lyngen, mi è facile mettere a confronto le due dimensioni.
Un anno fa, nella vastità apparentemente uniforme della Lapponia, camminavamo tenendo come riferimento una “mappa mentale” – memorizzata prima della partenza da una semplice carta stradale in scala 1:400.000 -, costituita dalla nozione dell’esistenza di certi fiumi, grandi laghi e alture, che poi abbiamo effettivamente ritrovato sul territorio. L’avventura si ispirava quindi ai viaggi degli animali migratori e consisteva nell’orientarsi tra orizzonti sconfinati interpretando “a vista” la posizione del sole, la direzione dei corsi d’acqua e del vento, l’andamento degli spartiacque e altri aspetti della natura, non solo allo scopo di tenere una rotta, ma anche riuscendo ad identificare località geografiche particolari.
Qui al Lyngen, pur senza mappe e strumenti, il problema dell’orientamento nello spazio è relativo: in questa catena stretta e lunga di picchi, creste e valli incassate basta scorgere ogni tanto un lembo di fiordo a est o a ovest, o semplicemente notare verso quale fiordo digrada la valle che ci si trova innanzi, per avere sempre un’idea del Nord. Questa volta, però, conosciamo approssimativamente solo le caratteristiche principali del contorno costiero della penisola, mentre non possediamo alcuna “mappa mentale” dell’interno, se non il ricordo di alcuni grossi complessi glaciali intravisti osservando da lontano o dalle coste il profilo del Lyngen. Non avanziamo dunque cercando di raggiungere qualche realtà geografica di cui abbiamo notizia, ma per scoprire e esplorare l’interno sconosciuto della catena . Trovare il percorso significa individuare, sempre “a vista”, un passaggio dopo l’altro tra pareti di maestosità inaspettata, canaloni sovrastati da gigantesche cornici, ghiacciai sospesi nelle nebbie o affondati tra le pozze turchine di laghi gelati, torrenti impetuosi che svoltano improvvisi da circhi selvaggi, macereti immensi disposti secondo i più diversi gradi di ripidezza e così via; un’avventura per la quale l’uomo è più portato di quanto oggi non si creda, come ha confermato, almeno a noi, la riuscita della nostra esperienza.
La gratificazione di poter rivivere l’esplorazione grazie alla scelta dell’ignoranza va però molto al di là della riuscita del percorso, ed è di questo che vale la pena di parlare.

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