Ancora una volta…attraverso l’Himalaya

L’aria fina dei 4000 metri si fa sentire subito. Siamo al Passo di Rothang, spartiacque fra il mondo Indù e quello tibetano. Due culture affini, in parte sgocciolanti l’una nell’altra, si dividono: da una parte Shiva, dall’altra Buddha. Anche la natura, come le religioni, appare diversa nei due versanti…quasi appartenesse a due religioni diverse!. Lungo i tornanti sconquassati dalle enormi buche ed attraversati da un numero infinito di ruscelli e torrenti vari, il paesaggio è cambiato totalmente. Grandi praterie prendono il posto delle foreste. Sassaie e picchi innevati, dai quali scendono cascate di ghiaccio, arrivano prepotentemente sul proscenio di quest’enorme teatro naturale. Imponenti masse nuvolose avvolgono cime dal nome sconosciuto, ancora mai battezzate da nessun alpinista o geografo. Poi, alcune ore più tardi, un paesaggio tormentato color ocra sostituisce anche i verdi pendii che avevamo percorso a sud del passo Rothang: da un punto di vista culturale e geologico stiamo entrando in Tibet.

 

La bravura degli autisti è assoluta. Credo che potrebbero andare al “Camel Trophy” o partecipare a delle gare di rally ed avere successo. Guadi e frane si succedono continuamente ed incessantemente. Poi un paradiso situato oltre la pista compare ai nostri occhi: siamo in un pianoro chiuso a monte ed a valle da altissime montagne; le mura naturali che ci circondano sono un concerto di nuda roccia dalle striature colorate con tinte diverse; verdi praterie si lasciano attraversare da un fiume che scorre veloce e limpido, e pascolare da cavalli indisturbati. All’orizzonte fanno capolino dei giganti innevati. Eccoli! Sono i giganti himalayani, che piacere rivedervi!
Decidiamo di piazzare il campo in quell’angolo di paradiso, a quota 3600 per acclimatarci un po’ durante la notte ed anche per riposare. Il Lungo viaggio dall’Italia a Delhi e poi ancora fino a Manali ci ha spossato. IL caldo dell’Agosto, nella piana indiana è insopportabile ed abbiamo dovuto “tirare il collo” prima di sentire un tantino d’aria fresca, salendo verso le propaggini himalayane. Nel buio di una notte senza luna, le stelle brillano con inaudita lucentezza. Riconosco le pleiadi e il grande carro. Hanno un’aria familiare, sono le nostre stesse stelle, quelle dell’emisfero boreale...Allora non siamo poi così lontani...! Ma quante ce ne sono! La Via Lattea ci appare in tutto il suo splendore. Cieli tibetani...quale animo sensibile può resistervi? Quante poesie avrete ispirato!

 

Il mattino seguente si annuncia con un limpido sole. Siamo di buon umore ed iniziamo a fare amicizia con i nostri simpatici cuochi, aiuti cuochi e, naturalmente con la nostra guida; un valente alpinista e sciatore di Manali di nome Puren.
E’ un sirdar gentile e premuroso ma allo stesso tempo molto discreto. Durante il viaggio si dimostrerà un’ottima e preziosa guida.
Dopo un paio d’ore di traballante viaggio, sempre in vista dei colossi himalayani agghindati di neve e ghiaccio, ci fermiamo per un the in una capanna adibita a bar, nei pressi del ponte di Batal sul fiume Chandra.

Appena sceso dall’auto noto un vecchio Muro Mani eretto vicino al chorten sul quale sventolano le immancabili bandierine di preghiera. “Om mani Padme hum”, recitano i mantra scolpiti sulle pietre lasciate chi sa quando e chi sa da chi, in quel luogo sacro posto sulla riva del fiume, appena sotto la lunga salita che conduce al Kunzum La, porta naturale d’ingresso in Spiti.

 

Lungo la salita ed i suoi stretti tornanti, a picco sul fiume, moltissimi operai aggiustano, costruiscono e riparano la sterrata che sale al Kunzum La. Poi finalmente, il cielo pare toccare la terra ed eccoci in cima. Dalle praterie sommitali l’occhio spazia nel versante opposto:Una teoria di quinte montuose, a tratti desertiche; è lo Spiti e stiamo per entrarvi. Per ringraziare gli Dei facciamo il giro (in senso antiorario come usa in Tibet) del bianco chorten posto sul passo. Centinaia di colorate tharcho, bandierine di preghiera, sventolano contrapponendosi al candore dei ghiacciai delle vette circostanti. “ Om Mani Padme Hum”. 

“La ghielo” ( che gli Dei siano vincitori)! Urliamo felici. Intanto i mantra stampati sulle bandierine vengono lentamente consunti dalle intemperie e quindi “viaggiano” verso le divinità. Una lunga discesa in ambiente desertico conduce al sottostante alveo del fiume Spiti, simile per molti versi ai suoi fratelli che scendono da ogni parte dell’Himalaya, dal Karakorum al Sikkim, dal Tibet al Nepal.

 

In breve, costeggiando il fiume, arriviamo a Losar un piccolo centro tipicamente tibetano.
Tetti ricoperti di legna e d’arbusti, finestre intarsiate e soprattutto i tratti somatici della gente mi rammentano che sono ritornato nell’universo Tibet.
Eccomi di nuovo a casa, penso fra me e me. Ma che sarà che mi muove verso queste lande deserte d’alta quota?
Una cosa è certa: appena posso imbarcarmi sopra un’aereo, volo verso una delle tante “gocce di Tibet”. Cosa cercherò fra queste montagne, in questi silenzi, fra queste genti abbronzate e sorridenti? In queste rocce impregnate di sacralità?Chissà!?

 

“Julé ! julé!” (ciao! ciao!) urlano i numerosi bimbi di Kiato, il paesino dello Spiti dove passeremo la prima notte. Siamo a 4000 metri e l’altitudine inizia a farsi sentire. Niente di ché, per fortunaSolo un leggero mal di testa e un pesante fiatone nel fare le cose più comuni, come alzare una valigia o piazzare una tenda. Le nubi si sono diradate ed una luce tutta himalayana arriva in modo radente, sfiorando le rosse rocce che circondano il luogo. Alle nostre spalle si innalzano possenti alte falesie che come enormi muraglie, delimitano la frattura nella quale scorre lo Spiti. Di fronte ecco invece il paesino, sulle cui case sventolano bianche bandierine di preghiera. Queste, in controluce, paiono accendersi come tante lampadine. Tutt’intorno un’isola di verde: i campi d’orzo strappati al deserto con tanta pervicacia e lavoro. Con Viviane ed Ercole, decidiamo di fare due passi in questo “quadro di Van Goog vivente”. Le contadine, intente a mietere con il falcetto, ci salutano, acconsentono a farsi fotografare (guai a non chiedere!), gli yak pascolano ed i bimbi, onnipresenti in questi villaggi, ci seguono ridendo. Per loro siamo un motivo d’attrazione non comune; dei veri e propri alieni.

 

Distribuiamo alcune caramelle e c’inoltriamo fra le povere e polverose stradette. Alcuni militari indiani salutano con il classico “namasté”, gli altri, gli Spiti Pa con il ladako “julé”.
Un tramonto sorprendente ci coglie verso il ritorno al campo. “Che meraviglia! Che tonalità di rosso e di giallo”! Poi le ombre si allungano ed anche quassù la notte, anche se con fatica, riesce ad avere lentamente la meglio.