Inverno nel mondo delle capanne celtiche dell'Appennino

Salita notturna in solitaria - La sera è una di quelle che non si dimenticano facilmente. L’anno è il 2009, il mese è quello di Aprile, siamo sotto Pasqua ed io, dopo aver lasciato l’auto nel piazzale del bel rifugio delle capanne celtiche, mi accingo a camminare da solo, “io e la giubba” (io e la mia giacca), come dicevano i vecchi toscani quando volevano sottolineare di essere proprio soli.


Sono le undici di sera e, come da progetto mentale, dopo aver cenato con le specialità fatte in casa dagli amici al Rifugio La Capanna dei Celti, esco ad ammirare la volta celeste punteggiata di brillanti stelle dalla luce apparentemente intermitente, simile ad una luminara natalizia.
La notte è magnifica, rischiarata dal chiarore del disco lunare, quella sera particolarmente grande e pieno. Non tira un’alito di vento e la neve, ormai cristallizzata dal clima primaverile, crocchia sotto i miei passi, permettendomi di camminare tranquillamente senza ghette ne ramponi, il piede non scivola minimamente, quasi per terra ci fosse della carta vetrata. Comunque ho con me le fide racchette da neve che lascio legate allo zaino.
Dopo aver sperimentato la luce frontale, provo a spengere ogni forma di luce artificiale, affidandomi alla magia dei chiaro-scuri lunari. La scelta risulta felice e camminando godo del semplice ed atavico piacere d camminare aguzzando gli occhi. Salendo sento benissimo l’affanno del respiro ed i battiti del cuore, tanto il silenzio è perfetto. Sebbene conosca il sentiero a menadito, tradito dal riflesso della neve ed emozionato dalla particolare esperienza, mi fermo a riflettere per continuare o meno in una direzione o nell’altra. Non riesco ad orientarmi, mi concentro bene e poi rincuorato, riconosco un familiare tratto del percorso. Attraverso le cime dei faggi, ancora privi di foglia, le stelle brillano come tante lampadine lontane. Ogni tanto mi giro indietro, quasi venissi seguito da chissacchì. Poi scollino il primo crinale, quello da su un falsopiano. Mentre salgo al ritmo dei bastoncini e dei miei passi, penso a tutti coloro che nel passato han fatto la medesima esperienza: viandanti, soldati, partigiani, semplici montanari che andavano a lavorare il bosco, carbonai intenti nel loro difficile mestiere.
Con questi uomini sento di condividere delle sensazioni uniche…inzuppate di fascino e magia. Non ho paura, anzi le tenebre, appena penetrate dalla soffusa luce lunare, mi accolgono in una specie di grembo materno, nel quale mi sento stranamente protetto…a casa mia.
Ancora pochi ripidi tratti ed ecco arrivare al grande faggio, detto “il faggione” situato a quota 1750.
Dopo un po' attraverso una piantata che risale agli anni sessanta.
Scavo una buca nella neve e vi dispiego uno speciale telo impermeabile che avevo riposto nello zaino. Mi ci distendo dentro, al riparo anche della pur leggera brezza notturna. Insaccato nella giacca di piumino volgo lo sguardo verso lo stellato. Gli astri visibili sono tantissimi. Grazie alla particolare limpidezza dell’aria, brillano con forza, lontani ma possenti. La luce lunare regala un’aura di romanticismo all’intera notte. Mentre ammiro il creato mi perdo in meditazioni e riflessioni varie, finché cado in un grande nulla…quasi in estasi e mi addormento come un bambino che non teme ne il lupo nell’orco. Il chiarore dell’aurora ed il freddo pungente che l’accompagna mi riportano nel mondo degli uomini. Riconducono la mente all’infanzia degli anni Cinquanta e Sessanta, quando in casa non avevamo nessun tipo di riscaldamento se non una stufa economica a legna. Andavamo a letto con lo scaldino pieno di brace e di notte,quando mi svegliavo, sentivo una gran faccia fredda.

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