Nel paese del “Grande Traduttore”

In Italia della regione di Spiti non se ne sapeva un bel niente ma…dopo varie ed affannose ricerche iniziai ad entrare in possesso di alcune preziose informazioni sulla zona: La Valle dello Spiti (dal tibetano sPiti: “paese di mezzo”), chiusa al turismo dal 1953 a causa della guerra e delle tensioni indo-cinesi dell’epoca, è stata riaperta al turismo solo nel 1993, tramite permessi speciali. I pochi turisti che vi si recano sono attratti dagli isolati villaggi e dagli antichissimi monasteri buddisti di Key, Kibber, Thangud, Lhalung, Dankar e Tabo e dal desertico paesaggio d’alta quota sovrastato dalle nevi eterne dell’ Himalaya.

Questi monasteri, risalenti agli anni appena precedenti il mille, vennero fondati - visitati, ampliati ed arricchiti da Rinchen Zangpo (958 - 1055) detto il “Grande Traduttore”. Il Maestro, nato nella vicina regione del Kinnaur, divenne famoso per aver dedicato la vita alla traduzione ed all'interpretazione dal sanscrito al tibetano, della “Bibbia” lamaista consistente nelle 158 sacre scritture raccolte nei libri del Tanjur e Kanjur (parole - del Buddha - tradotte). Infatti in quel periodo storico l’Islam pressava da occidente ed il letterato decise di fermarsi a tradurre le sacre scritture in questi monasteri della valle del fiume Spiti, prima che questi insegnamenti varcassero definitivamente la vicinissima barriera himalayana, portando ancora nuove forze al verbo dell’illuminato nel ”paese delle nevi” (seconda propagazione del buddismo). Peraltro Padmasambhava (detto anche Guru Rimpochè), un grande Maestro proveniente dall’India, aveva già introdotto in precedenza, la filosofia del Buddha sul tetto del mondo (prima propagazione del buddismo).

Durante questi anni di studio e traduzione egli, grazie soprattutto ai finanziamenti dei due re di Guge, Yesche O e Changchub O (sulle due O devono essere aggiunte le dieresi), invitò il fior fiore degli artisti Kaschimiri che adornarono con affreschi e sculture, gli isolatissimi “gompa” (monasteri) con sopraffina maestria, paragonabile a quella di un Giotto o di un Cimabue in Italia.
Questi affreschi, in parte ben conservati, oltre che a fornirci un raro esempio dello spaccato della vita del Tibet medioevale, rappresentano il raro incontro dell’arte e della cultura indiana (stile Kashimiro) con quella tibetana.

All’epoca, il tutto accadeva sotto gli occhi di Atisha, il grande maestro del buddismo tantrico che assicurava la fedeltà delle antiche sorgenti culturali alle quali Rinchen Zangpo si rifaceva.

Inoltre la zona, mille anni or sono, si trovava ad essere una via collaterale delle più famose carovaniere che univano la Cina all’India, per arrivare fino all’Europa, quali la famosa “Via della Seta”. Per questa ragione Lo Spiti, legato a quel tempo sia al Tibet che al vicino Ladhak, godeva della presenza di scambi commerciali e culturali di notevole entità e dunque di una certa ricchezza.

Adesso la disagevole strada, recentemente costruita, collega la città di Manali alla valle dello Spiti attraverso i passi di Rothang (3978 m) e Kunzum La (4.551 m) in circa 14 ore di duro viaggio in fuoristrada che permette di penetrare nella Valle del fiume Spiti, ai confini col Tibet geografico ed ormai purtroppo, “cinese”.

Grazie ad una cartina ordinata negli Stati Uniti via Internet (meraviglie del mondo moderno!) riesco ad orientarmi un po’. Piove e la strada s’inerpica lungo i cento e più tornanti che da Manali salgono lentamente e lungamente fino al passo Rothang. Interminabili file d’automezzi militari provenienti dal Ladhak, al momento zona di guerra, ci costringono a lunghissime soste. Altro che traffico di Firenze quando piove, penso - ma come, uno se ne parte per l’immacolata himalaya e poi si deve sorbire, dopo anni di file nella propria città della lontana Europa, anche le code lungo una strada himalayana - E’ proprio il colmo della scalogna!
Intanto ripenso, non senza un motto di riso, ad Ercole, un membro del gruppo che guido in quest’avventura, che durante il volo aereo mi aveva confidato: “ lo sai Gianfranco io in India mi ci trasferirei subito. “Aspetta d’averla almeno vista, l’India, e poi decidi”, avevo commentato. Poco dopo, alla periferia di Dheli, eccoci lambire una delle più misere discariche del mondo, con tanto di gente così povera da frugare nelle colline d’immondizia alla ricerca di qualche cosa di utilizzabile. Alla vista della scena apocalittica Ercole sbottava: “ora capisco dove si è ispirato Dante per la Divina Commedia”!

“A si èh”, riprendo allora io. “E del tuo trasferimento in India che ne pensi ora”?
“ Beh, sarà bene che ci ripensi”, concludeva sconsolato lo sprovveduto sognatore.
“Non esistono paradisi caro mio”! “Tutto ha un prezzo, e in India questo prezzo è salato”.
Salti d’acqua d’eccezionale bellezza si gettano in forre profonde. Tutt’intorno un mondo di brume, universo di umidità, costellazione di nebbie e nebbioline. Questo versante himalayano, essendo esposto alle piogge monsoniche, appare verde come le nostre Alpi. Vi crescono alberi altissimi, diradati dall’eccessivo sfruttamento forestale. La fame di legname ha degradato questi monti. Il terreno, non più sorretto dalle radici delle piante si apre spesso come formaggio fresco tagliato da un titanico coltello, scaricando verso valle quantità inusitate di terra e massi.

Ovviamente nella stagione monsonica questo avviene giornalmente. Proprio una di queste frane ha bloccato un camion di militari che ci precede e quindi, come è normale sulle strade del terzo mondo, non si aspetta l’intervento dell’ACI o d’altri enti assistenziali inesistenti in loco, ma bensì si scende dai propri mezzi e, armandosi di pazienza, si cerca di dare una mano. “Hissa, oh ...hissa”. Con uno sforzo congiunto riusciamo, in venti persone, a spostare il camion impantanato nella frana. Tanks! Namasté! ringraziano i militari ed il lungo viaggio, del resto solo all’inizio, riprende. Niente d’eccezionale, chi si avventura per queste strade (si fa per dire) deve prepararsi a un po’ di tutto. Di una cosa deve essere comunque fiducioso: “no problem ser” – in India everything is possible”- E quindi...via, avanti, coraggio. Non ci si deve certamente abbattere. Qui non siamo in Europa. Questo mondo non ci appartiene, ne siamo solo graditi ospiti e dunque non possiamo pretendere niente, nessuno ci ha chiamato.