A piedi nel deserto di montagna

Il viaggio a piedi non inizia nel migliore dei modi. Per prendere una scorciatoia, Puren ci fa salire lungo un ripido sentiero che…aimeh! Nel versante opposto risulta franato. La discesa avviene con difficoltà a causa del terreno franoso ed io, dopo aver aiutato alcuni amici, discuto un po’ con la guida locale sull’opportunità di questa deviazione. La guida dice che la frana è avvenuta dopo il suo ultimo passaggio e quindi…”no problem”, continuiamo pieni d’entusiasmo, in vista dello Spiti che ci scorre parallelo, un po’ più in basso.
L’ampio alveo è percorso da un intrigo di ruscelli e ruscelletti, torrenti e torrentelli che si lasciano e si riprendono formando in qua e in la delle isolette. Il sole crea giochi di luce dorata ed argentata mentre sulle sponde, teorie di pinnacoli appuntiti dall’erosione e dalle intemperie sembrano eserciti schierati, fantasie di un eclettico artista tramutatesi in roccia e sabbia.
La vista dello strano ed affascinante paesaggio distrae dalle fatiche della marcia. In alto il sole splende limpido e senza filtri e quindi deciso a cuocere le nostre pelli. Su per le salite la mancanza d’ossigeno produce in tutti noi un bel fiatone. Dopo l’ennesima sosta riconosco il solito mucchio di pietre mani che indica un passo, poi vedo anche un chorten ed ecco apparire le vette innevate della catena himalayana, in tutta la loro maestosità.
“Ragazzi…la dietro c’è il Tibet”, balbetto in preda all’emozione.
Prendo una pietra e la lancio sopra al cumulo come è usanza.
“Ki ki so so La Glielo” esclamiamo tutti.
Tutti quanti siamo presi, come stregati, dalla dolcezza e dall’incanto del paesaggio, peraltro così diverso da quello perfettamente desertico dal quale stiamo appena provenendo.
Claudia ed Ercole, lo sono ancora di più. Per loro è in assoluto la priva veduta dell’Himalaya.
Davanti a noi si stende un largo pianoro, assolutamente verde che fa da proscenio ai colossi incappucciati di neve, yak e cavalli pascolano indisturbati, guardati a vista da alcuni ragazzi.
Stasera faremo volentieri il campo qui a Ladarcha, fazzoletto erboso in odor di Tibet.