BARtoBAR: dal Barbaresco al Barolo, viaggio in sei tappe e molti bicchieri….

Il diario di viaggio di Carla De Bernardi, fotografa e socia fondatrice del Movimento Lento, che vi accompagnerà alla scoperta de cammino BARtoBAR con immagini e parole di un'altra epoca. 

Ho attraversato a piedi un territorio sconosciuto e che ora mi appartiene come se avessi passato qui gli anni luminosi della mia infanzia o quelli fervidi della mia adolescenza. Perché è questo che accade quando si cammina. Che tutto diventa all’improvviso noto, consueto, amichevole.

Le Langhe, dunque.

Sono due, infatti, la Bassa e la Alta e la differenza sta nell’altitudine e non nell’orientamento. Sono terre nobili, antiche, opulente. Sparse di splendide dimore, anche nei villaggi più remoti. Nella prima regnano la vite e i vini deliziosi che ne vengono spremuti. Sovrano quasi assoluto è il Nebbiolo, che può mantenere questo nome, oppure trasformarsi in Barbaresco o in Barolo se un sapiente invecchiamento si fa complice della benevolenza del clima e del terreno. I grappoli-custoditi dal sole estivo che si attarda-restano sui tralci più a lungo degli altri, in attesa paziente di venire colti nel loro massimo fulgore.

Il “re dei vini e vino dei re” è nato in un altro secolo in due castelli, quello di Grinzane Cavour e quello dei marchesi di Barolo dove, durante il Risorgimento, la moglie del marchese Tancredi Falletti, Julie Colbert, incaricò l’enologo Louis Oudart di dare vita a un nuovo vino e lo chiamò Barolo. Ne regalò 300 botti da 600 litri a Re Carlo Alberto che se ne innamorò al punto di acquistare la tenuta di Verduno con l’imponente costruzione in mattoni rosa progettata dal Juvarra, per produrne uno in proprio. Non contento ampliò la sua residenza con nuove scuderie e acquistò i castelli di Roddi e di Santa Vittoria. Il Barbaresco vanta origini più lontane. Ne parla già Tito Livio nella sua storia di Roma e antiche leggende raccontano che i Galli siano scesi in Italia attratti dal vino di Barbaritium. Più probabile è che tragga il nome dalle orde di saraceni arrivati dopo la dissoluzione dell’Impero.

E poi ci sono il Barbera, re delle “piole” (osterie), adatto a grandi bevute e il dolcissimo Moscato. Nella Langa più severa ecco distese di boschi che offrono la nocciola “tonda e gentile” che, per diventare magnifica e rara, deve essere essiccata al sole. In queste terre si cammina di borgo in borgo, tutti molto vicini, seppur spesso separati da valli che rendono la strada intensa e il premio alla fatica ben meritato.

Perché sedersi a tavola, quando finalmente si arriva alla meta, è sempre una festa. E se si ha la fortuna che in cucina ci sia una cuoca che ha a cuore la sua reputazione, ecco che si scoprono cibi d’altri tempi, che sanno di focolari accesi e di solide pentole capaci di cullare i sapori.

Con alcuni amici, di quelli veri, sono partita da Alba, la città delle cento torri, mentre gli asini del palio, che sarebbe partito di lì a poco, brucavano pacifici in un recinto in piazza del Duomo. Poiché è proibito infastidire il pacifico animale il cavaliere può solo cercare di convincerlo a correre, ma non può molestarlo con il morso né con gli speroni e tantomeno con la frusta. Questo dà luogo a scenette ilari nelle quali il fantino spinge o trascina, borbottando minacce, l’animale riluttante, il quale a volte si ferma e non se ne parla più…

Vi narrerò dunque di questo nostro lento camminare che in cinque giorni ci ha portati, formando un largo anello in terra di Langa, da Alba ad Alba.