Alabama, Stati Uniti, primavera 1965: agli afroamericani la legge garantiva il voto, salvo poi lasciare che contee e funzionari ne bloccassero l’iscrizione alle liste elettorali con ostacoli di ogni tipo.
Tra il 7 e il 25 marzo tre marce collegarono Selma a Montgomery, lungo circa 87 km, e spinsero il Congresso verso una nuova legge sul voto.
Nel Sud degli Stati Uniti, a metà degli anni Sessanta, per un afroamericano iscriversi alle liste elettorali era un percorso a ostacoli. Alla contea lo aspettavano test di alfabetizzazione che i funzionari valutavano a proprio arbitrio, e chi si presentava poteva perdere il lavoro o ricevere minacce. A Selma, in Alabama, il divario saltava agli occhi: gli abitanti neri erano circa la metà della città, gli iscritti alle urne poche centinaia.
Da dove nacque la marcia
Attorno a Selma lavoravano da tempo due organizzazioni. Lo Student Nonviolent Coordinating Committee (SNCC), rete di giovani attivisti, andava casa per casa a iscrivere elettori; la Southern Christian Leadership Conference (SCLC), guidata dal pastore Martin Luther King, aggiungeva il peso di una campagna nazionale e nonviolenta. All’inizio del 1965 gli scontri si moltiplicarono: durante una protesta notturna un giovane manifestante, Jimmie Lee Jackson, venne colpito a morte da un agente. Da quella morte prese forma l’idea di un cammino lungo, da Selma fino a Montgomery, per mettere il diritto di voto davanti al governo dello Stato.
7 marzo 1965: la “domenica di sangue”
La prima marcia partì il 7 marzo. Circa seicento persone attraversarono Selma e salirono sul ponte Edmund Pettus, all’uscita della città verso Montgomery. Dall’altra parte trovarono schierata la polizia dello Stato, che caricò il corteo con manganelli e gas lacrimogeni. Decine di persone finirono ferite, tra cui John Lewis, allora alla guida dello SNCC. Le riprese della carica andarono in onda quella sera stessa e fecero il giro del Paese; la giornata venne ricordata come Bloody Sunday, la domenica di sangue.
La seconda marcia e la protezione federale
Due giorni dopo King guidò un secondo corteo fino al ponte e lo fece tornare indietro, per non violare un divieto imposto dai giudici. Anche quei giorni furono segnati dal sangue: James Reeb, un pastore venuto da fuori per unirsi alla protesta, venne aggredito per strada e morì poco dopo. A quel punto intervenne il potere federale. Il giudice Frank Johnson riconobbe il diritto a marciare; il presidente Lyndon Johnson mise sotto comando federale la Guardia Nazionale dell’Alabama, per proteggere il percorso.
Da Selma a Montgomery
La terza marcia partì il 21 marzo, questa volta scortata. Alla partenza erano alcune migliaia; nel tratto in cui la strada si restringeva a due corsie il gruppo scese, per accordo, a circa trecento persone, che percorsero la maggior parte degli 87 km in cinque giorni e dormirono in campi allestiti lungo la strada. Vicino a Montgomery i numeri risalirono: il 25 marzo, davanti al Campidoglio dell’Alabama, si radunarono decine di migliaia di persone, intorno alle venticinquemila. Poche ore dopo una volontaria, Viola Liuzzo, venne uccisa mentre riaccompagnava a casa alcuni manifestanti in auto.
Perché contò
Le tre marce produssero un effetto rapido. Le immagini di Selma avevano indignato l’opinione pubblica e messo sotto pressione Washington; nell’agosto del 1965 il Congresso approvò il Voting Rights Act, che cancellò i test di iscrizione e gli altri filtri usati per tenere gli afroamericani lontani dalle urne. Nelle contee del Sud, negli anni seguenti, gli elettori neri registrati crebbero in fretta. Selma pesò perché trasformò una vertenza locale sul voto in una decisione presa a livello nazionale, e nel giro di pochi mesi.


